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Tailor Made Tour Experience

Cosi capirai un po’ più di me 

Kuala Lumpur: tutta colpa di Marco Polo!

Aiuto! Mi sono fatta travolgere dal vortice degli acquisti.
E’ veramente una droga, ora capisco tutto questo gran pubblicizzare Kuala Lumpur come la citta’ dello shopping.
Dai 300 shopping center alle migliaia di bancarelle nei mercati, alle vie costellate di negozi piu’ o meno esclusivi e piu’ o meno cari. Cari, si fa per dire, ieri mi sono resa conto di aver usato la carta di credito (funziona!) per 6 euro comprando una gonna e un top! Nei negozi di abbigliamento e calzature non puoi contrattare ma la roba (di dubbia qualita’ ma chi se ne frega) te la tirano letteralmente appresso. Al mercato invece la contrattazione e’ estenuante, specialmente con i cinesi. Il prezzo spuntato varia a seconda dell’orario. Verso sera, sono tutti stanchi e i prezzi scendono ulteriormente. Vorrei tanto prendere un cheongsam, l’abito di seta cinese che Gong Li indossava in Chinese Box  ma a conti fatti costa quasi come in Italia quindi voglio aspettare. Faccio conoscenza con il cinese che quando sente che vengo da Venezia mi tira fuori Marco Polo e dice che e’ per questo che sono cosi’ brava a contrattare!
La quantita’ e la varieta’ della merce esposta e’ impressionante e i prezzi bassissimi. Spiegato anche perche’ all’aeroporto ti tassano la merce acquistata (sempre che non si sia disposti a rischiare non dichiarandola): qui un grossista puo’ fare il pieno e rivendere la merce in Europa con un margine di guadagno notevole. Gli acquirenti provengono da ogni parte del mondo e vengo sempre incuriosita dagli arabi con le mogli al seguito coperte dalla testa ai piedi da una specie di burka che pero’ lascia vedere gli occhi. La cosa buffa e’ che comprano borse, scarpe e accessori anche molto costosi e mi domando come se li possono godere. In un particolare frangente ho avuto un incontro di occhi con una di loro, splendidi occhi di un azzurro profondo, quasi cobalto che mi hanno squadrata senza pieta’.
Io indossavo una gonna sotto il ginocchio e una maglietta ma portavo i miei occhiali neri: ho pensato che l’unica cosa che non ha potuto vedere e’ l’unica cosa che di lei mi e’ stato dato vedere: gli occhi.
Strana nazione la Malesia, relativamente giovane e parecchio imbastardita, leccaculo con i british e troppo filoyankee per i miei gusti, ma non lo siamo tutti ormai? La popolazione proviene da tre ceppi. I primi ad approdare da queste parti furono un gruppetto di cinesi che si stabilirono lungo il fiume (kuala vuol dire foce e lumpur fangoso) per estrarne lo stagno (qui in inglese mi dicono tin ma lo stagno non e’ una lega?). Si da’ il caso che oggi il contingente cinese sia il piu’ ricco. Poi ci sono i malay che con ogni probabilita’ giunsero da Tailandia e Indonesia, sono dei mussulmani all’acqua di rose e godono della considerazione del governo piu’ dei cinesi e degli indiani che infatti sono i piu’ poveri.
Si da’ il caso che pero’ l’uomo piu’ ricco della Malesia sia proprio un indiano che ha sposato una principessa tailandese ed e’ il proprietario delle Petronas Twin Towers. In Malesia hanno la mania del “piu’ grande del mondo”, “piu’ lungo del mondo”, “piu’ alto del mondo”, etc. e queste torri sono le piu’ alte del mondo gia’ prima dell’11 settembre. Sono impressionanti, svettano lucenti da qualsiasi parte della citta’ le si cerchi e ospitano un mega centro commerciale (che novita’) e uffici vari. Devo dire comunque che sono proprio belle, si’, intendo dire esteticamente ma lo sono sicuramente anche viste da un ingegnere o da un architetto.
Tornando alle origini, cinesi, malesi e indiani, dopo aver cacciato piu’ o meno barbaramente gli indigeni che se ne stavano qui tranquilli da secoli, sono stati a loro volta dominati da portoghesi, olandesi e, ovviamente, dagli inglesi. L’indipendenza dalla corona britannica risale al 1957 ma questo popolo da’ l’impressione di essere senza identita’ e di non fare nulla per lasciarsi il dominio inglese alle spalle. Lo si vede ovunque e ogni giorno. Dallo squillo del telefono alla presa della corrente a tre denti (ho scomodato qualche santo la prima volta che ho avuto bisogno di usare il phon!), dalla guida a sinistra al fan club del Manchester United. Gli strascichi (e l’indolenza di questa gente) si notano anche nella lingua malay dove C.A.P. si scrive poskod ma non e’ altro che l’inglese postcode, pigramente adattato. Come nel caso di biglietteria che si scrive (e si legge) tiket kaunter e che viene dall’inglese ticket counter.
Ma quello che mi fa andare in bestia e’ come gli inglesi e i turisti in genere vengono trattati rispetto alla gente del posto. “Can I help you sir”, “Have a nice day”, “Come back again” e tutta ‘sta roba da US job trainer che e’ cosi’ lontana dall’andazzo di questo popolo visibilmente pigro, menefreghista, privo di qualsiasi attitudine all’ospitalita’ e al buon gusto, venduto al miglior offerente. Chi non spende soldi non e’ degno di nota. Infatti ci sono negozi di tutti i generi, di ogni dimensione e standard ma soprattutto con merce e commessi di ogni parte dell’Asia. Dal negozio cinese a quello giapponese, vietnamita, indonesiano, tailandese, indiano e via dicendo. Il lavoro non costa nulla e ogni negozio, bar, ristorante, banca e supermercato pullula di asiatici che stanno con le mani in mano perche’ sono in troppi. KL in se’ (si’, K.L. neanche si trattasse di Los Angeles, accidenti agli yankee) e’ super moderna e futurista, edifici grandi e grossi, insegne luminose, mega schermi e strade a quattro corsie per senso di marcia, traffico infernale ad ogni ora del giorno e cibo e merce di ogni tipo disponibile 24 ore su 24. Non sono mai stata a New York o a Hong Kong (nda: allora, ne 2002 no, ma nel frattempo le ho visitate entrambe) ma ho l’impressione che non ci sia poi molta differenza. Sembra tutto pulito e funzionante ma appena si svolta in una stradina interna i fumi delle cucine, del sudore umano e dell’immondizia fermentati da un calore mai provato in vita mia hanno il sopravvento su chiunque, tanto da rassegnarsi ad entrare nella prima bettola disponibile sicuramente provvista di aria condizionata a manetta.
KL e’ anche la citta’ delle contraddizioni. Si professa mussulmana tanto da non trovare un ristorante che prepari maiale, ma l’alcool scorre a fiumi ogni sera e non solo tra i turisti. I malay osservano il Ramadan ma le ragazze sono piu’ nude che vestite oppure coperte da capo a piedi con questo caldo da girone dantesco.
Gia’ in aereo ti mettono in guardia sul fatto che portare droga nel paese e’ considerato un reato gravissimo, tutti (non) ne parlano come il diavolo in persona e all’entrata delle discoteche aperte fino alle 7 del mattino si vendono alla luce del sole (o meglio, del neon) delle sigarette dall’aria comunissima debitamente svuotate e riempite con tabacco misto a marijuana (visto con i miei occhi).
I giovani sono appassionati della techno piu’ dura e poi nei negozi di abbigliamento si sentono le commesse canticchiare le canzoni melodiche del nostro Bocelli. Nonostante la profusione di cinema, teatri e luoghi per concerti (il musical Cats approdera’ all’inizio di settembre direttamente da Londra e io lo perdero’ anche qui) l’unica cosa che sembra interessare questa gente e’ lo shopping, svolto con diligenza e costanza e aggiungo con una pazienza e una resistenza a me sconosciute e inconcepibili.
Per fortuna non serve essere degli osservatori per scovare il vecchietto sul marciapiede che ti rifa’ al momento tacchi o chiavi e che scopre un orgoglioso sorriso sdentato nello scorgere il mio obiettivo. Per non parlare dei venditori ambulanti di frutti stranissimi dagli odori e colori forti e dei cinesi esperti nella riflessologia plantare che spuntano dal nulla quando cala la sera e si dispongono in riga lungo la via principale chiamando i passanti.
Prima di andarmene provo anch’io anche se mi e’ stato sconsigliato visto che non sono abituata e il giorno dopo potrei non essere in grado di appoggiare i piedi al suolo.

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